Cotici il 16 agosto 1916
#ScrittoriItaliani
Nelle vene già quasi vuote tombe L’ancora galoppante brama, Nelle mie ossa che si gelano il sasso, Nell’anima il rimpianto sordo, L’indomabile nequizia, dissolvi;
Scalza varcando da sabbie lunari, Aurora, amore festoso, d’un’eco Popoli l’esule universo e lasci Nella carne dei giorni, Perenne scia, una piaga velata
E gli alberi e la notte non si muovono più Se non da nidi.
Calante malinconia lungo il corpo avvint… al suo destino Calante notturno abbandono di corpi a pien’anima presi nel silenzio vasto
Col mare mi sono fatto una bara di freschezza
Sei comparsa al portone In un vestito rosso Per dirmi che sei fuoco Che consuma e riaccende. Una spina mi ha punto
Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde Di questa poesia mi resta
Tutto ho perduto dell’infanzia E non potrò mai più Smemorarmi in un grido. L’infanzia ho sotterrato Nel fondo delle notti
Potrebbe esserci sulla falce Una lucentezza, e il rumore Tornare e smarrirsi per grandi Dalle grotte, e il vento potrebbe Dall’altro sale gli occhi arrossare...
Il carnato del cielo sveglia oasi al nomade d’amore
Balaustrata di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia
Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro Di tanti
Con fuoco d’occhi un nostalgico lupo Scorre la quiete nuda. Non trova che ombre di cielo sul ghiacci… Fondono serpi fatue e brevi viole.
Come allodola ondosa Nel vento lieto sui giovani prati, Le braccia ti sanno leggera, vieni. Ci scorderemo di quaggiù, E del mare e del cielo,
Chiuso fra cose mortali (Anche il cielo stellato finirà) Perché bramo Dio?